Dimensioni: 130-150 cm (max 180 cm)

Peso: 1-2 kg (femmine più pesanti dei maschi)

Longevità: 20-30 anni (max 47 anni)

Il pitone reale (o pitone palla, come viene chiamato dagli anglosassoni) è uno dei serpenti più diffusi come pet. La sua popolarità deriva dalle ridotte dimensioni, dal carattere mansueto, dall’incredibile varietà di livree in commercio (chiamate morph, di cui ne esistono quasi 6mila) e della relativa facilità di gestione, che lo rendono particolarmente adatto come starter snake. Questa semplicità nell’allevamento non deve però trarre un inganno: si tratta comunque di un animale dalle esigenze molto particolari, il mancato rispetto delle quali può avere delle conseguenze molto gravi sulla salute e il benessere del nostro pitone.

 

Habitat

Originario dell’Africa centro-occidentale, predilige savane, praterie e boscaglie. Si tratta di un serpente quasi esclusivamente terricolo ad attività crepuscolare e notturna, cosa di cui dovremo tenere conto quando andremo ad allestire il terrario. In natura passa le sue giornate nascosto in tane sotterranee (soprattutto tane di piccoli mammiferi e termitai abbandonati), per avventurarsi all’esterno una volta calato il sole.

 

Come scegliere il tuo pitone

Le seguenti regole sono applicabili nella scelta di qualsiasi serpente. Bisogna innanzitutto tenere presente che il pitone reale è una specie inclusa nell’Appendice II della Convenzione di Washington sul commercio delle specie a rischio di estinzione (CITES), in Unione Europea codificato nell’Allegato B del Regolamento CE 338/97. Ciò significa che nel momento in cui acquistiamo o adottiamo un esemplare, chi ce lo vende o affida dovrà fornirci anche un documento di cessione che ne attesti la regolarità.

L’esemplare che andremo a scegliere, indipendentemente dall’età, dovrà essere pulito, con la pelle integra, liscia e lucida (fanno eccezione i soggetti in periodo pre-muta, che potranno presentare una opacità generalizzata e il caratteristico “occhio azzurro”). Sono da evitare gli animali eccessivamente magri, che presentano residui di mute precedenti, con parassiti cutanei evidenti, materiale che fuoriesce dalle narici o dalla bocca, che respirano a bocca aperta o che mantengono la testa sollevata ed estesa sul collo (atteggiamento di stargazing o “guardare le stelle”). E’ buona norma maneggiare il nostro serpente prima dell’acquisto (prestando attenzione a non stressarlo) per verificare eventuale debolezza muscolare o atteggiamenti anomali: soggetti molto giovani assumono tipicamente la loro posizione difensiva, raggomitolandosi tenendo la testa nascosta tra le spire (da qui la definizione di “pitone palla”), mentre esemplari più maturi o più abituati al contatto tenderanno ad avere un atteggiamento più baldanzoso, cercando di sottrarsi alla nostra presa e saettando la lingua per esplorare l’ambiente circostante. Animali flaccidi e poco reattivi sono verosimilmente in scarse condizioni di salute.

Una volta scelto correttamente il nostro pitone, è caldamente consigliato portarlo comunque per una prima visita da un veterinario specializzato nella pratica di questi splendidi rettili.

 

Il terrario

Come materiale si consigliano vetro, plastica dura o plexiglass, facili da pulire e disinfettare. Esistono due tipologie di terrari: quello di tipo naturalistico, con substrati e tane naturali, e quello cosiddetto “asettico”, di più semplice manutenzione e dalle caratteristiche igieniche superiori. La scelta di uno o dell’altro dipende soprattutto dal nostro gusto estetico. Nell’allestimento del terrario è fondamentale rispettare quelle che sono le necessità dell’animale che andrà ad ospitare, e nel caso del pitone reale la necessità principale è quella di avere un posto sicuro in cui nascondersi.

Una buona regola per quanto riguarda i serpenti è quella dello “one snake one cage”: non si tratta infatti di animali sociali e, sebbene in molti casi due o più soggetti siano in grado di convivere pacificamente, i benefici dell’accasare più pitoni nello stesso terrario sono inesistenti se confrontati con i possibili svantaggi quali stress, conflitti durante i pasti, eccessivi corteggiamenti durante la stagione riproduttiva e così via.

Trattandosi di un serpente fossorio e decisamente statico, il terrario dovrà essere sviluppato soprattutto orizzontalmente, e le sue esigenze di spazio saranno abbastanza contenute: alcuni autori suggeriscono come misura minima i 2/3 della lunghezza dell’animale e come massima 1,5 volte la sua lunghezza; altri ancora applicano la formula del “lato lungo + lato corto = lunghezza del serpente”. Insieme alle dimensioni, conta molto anche come verrà organizzato lo spazio: il terrario dovrà contenere infatti un riparo in grado di nascondere tutto il nostro pitone, una ciotola d’acqua abbastanza grande e profonda da consentire all’animale di immergersi, e abbastanza spazio per muoversi da uno all’altra. L’opinione di chi scrive è che la dimensione del lato lungo debba consentire al serpente, qualora lo desiderasse, di potersi disporre linearizzato in tutta la sua lunghezza: il giusto spazio per esercitarsi, insieme alla pulizia ed alla scelta del substrato, è un ottimo fattore di prevenzione per le patologie respiratorie di questi animali.

Come substrato possiamo scegliere tra il funzionale ed il naturalistico: tra i primi troviamo tappetini di erba sintetica, semplici da pulire e che forniscono un discreto isolante termico, carta di giornale e carta assorbente, per niente costosi e di rapida rimozione. Tra i substrati naturali quelli consigliati sono  torba, terriccio o fibra di cocco sanificate: si tratta di materiali semplici da reperire e che trattengono bene l’umidità. Lo svantaggio principale di tali fondi è la più difficile pulizia, con conseguente rischio di proliferazione di muffe e crescite batteriche. Altri materiali come segatura, tutolo di mais e corteccia costituiscono pessimi substrati in quanto poco o per nulla in grado di mantenere una buona umidità e per il rischio concreto che vengano ingeriti dal serpente causando potenziali situazioni ostruttive. La corteccia in particolare sembra particolarmente incline a favorire ustioni da contatto e a far sviluppare popolazioni batteriche potenzialmente pericolose per la cute degli animali.

Come nascondiglio possiamo scegliere una soluzione naturalistica come tronchi cavi, cortecce o piccola grotta formata da pietre (facendo attenzione a fissarle correttamente, in modo che la tana non crolli ferendo l’animale), oppure optare per qualcosa di meno estetico e più funzionale come sottovasi (in plastica o terracotta, smussando gli angoli taglienti) o tane in plastica. In commercio esistono rifugi in plastica che riproducono rocce cave o simili, che offrono un ottimo compromesso tra estetica ed igiene.  L’importante nella scelta del tipo di riparo sono le dimensioni, che devono essere abbastanza grandi da accogliere il serpente nella sua interezza, ma anche abbastanza piccoli perché il nostro ospite si senta davvero protetto, stando a contatto con tutte le pareti interne contemporaneamente.

 

Parametri ambientali

I rettili sono animali definiti “ectotermi e poichilotermi”, ossia non sono in grado di generare calore metabolico in quantità sufficiente da mantenere una temperatura corporea costante; ne consegue che la loro termoregolazione è di tipo ambientale e comportamentale. Nello specifico, i pitoni reali sono definiti “tigmotermi”, il che significa che assumono calore tramite contatto con superfici calde. Tutti i rettili hanno quello che viene definito come intervallo termico ambientale ottimale (POTZ in inglese) specie-specifico, un range di temperatura al cui interno tutte le funzioni fisiologiche dell’animale funzionano in maniera ottimale, al di sotto del quale si assiste ad una progressiva diminuzione delle attività metaboliche e delle difese immunitarie fino alla morte dell’animale (fanno eccezione, in determinati periodi dell’anno, le specie ibernanti), e al di sopra del quale sopravviene uno stress termico anche qui spesso fatale. Nel caso del pitone reale, la nostra POTZ diurna è compresa tra i 25 e i 32 °C, con un abbassamento di 4-5 °C durante la notte (e di 2-3 gradi in generale durante l’inverno). In luce a quanto detto precedentemente, l’ideale è riuscire ad avere tutto lo spettro della POTZ riprodotto all’interno del terrario, con quindi un punto caldo a 29-32°C e, all’altra estremità della teca, un punto freddo a 24-25°C in modo che il nostro serpente possa termoregolare spostandosi da una zona all’altra. Un errore gestionale molto comune che dovremo evitare è però quello di non fornire un adeguato gradiente tra punto caldo e punto freddo (soprattutto se quest’ultimo è sotto il limite minimo della POTZ): il risultato sarebbe quello di avere il nostro pitone sempre rannicchiato nel punto più caldo, con aumento del rischio di ustioni per la parte del corpo a contatto con la superficie riscaldante e contemporaneamente una temperatura troppo bassa in quelle zone non direttamente riscaldate.

Come sistemi di riscaldamento, i migliori sono probabilmente serpentine e tappetini a contatto diretto con la porzione di pavimento e parete che sceglieremo come zona calda. Molta attenzione va posta nel monitoraggio della temperatura: è imperativo l’utilizzo di un termostato messo direttamente a contatto con la superficie su cui si appoggerà il nostro animale, anche solo pochi millimetri di aria tra la sonda e il pavimento potranno darmi una lettura falsata in difetto e quindi un aumento di temperatura eccessivo nel punto di contatto con l’animale (=ustioni). In questo senso, l’utilizzo di rocce riscaldanti è controverso. L’utilizzo di lampade riscaldanti invece, viste le abitudini crepuscolari di questa specie, andrebbe limitato a quei terrari la cui temperatura dell’aria tenda a rimanere eccessivamente fredda nonostante l’impiego di riscaldamento per contatto, in qual caso si consigliano lampade ad infrarossi (avendo cura di schermarle con una rete protettiva o di metterle al di fuori della portata del serpente), che emettono calore senza disturbare l’animale.

Altro parametro di fondamentale importanza è l’umidità dell’ambiente, che va monitorata tramite un igrometro (in commercio sono reperibili termoigrometri di buona qualità a prezzi contenuti): per questa specie, proveniente da ambienti relativamente secchi, l’umidità deve attestarsi tra il 50 e il 70%, con l’ideale intorno al 55-60% e con un aumento durante il periodo della muta. Un ambiente troppo secco può portare a disidratazione e problemi di muta, mentre una eccessiva umidità favorisce l’instaurarsi di patologie respiratorie e la crescita eccessiva di muffe e colonie batteriche all’interno del terrario. Per mantenere un buon livello di umidità ambientale si consiglia di nebulizzare il terrario con acqua pulita almeno due volte al giorno, e lasciare sempre a disposizione una ciotola d’acqua (abbastanza profonda perché il serpente possa immergervisi) da cambiare ogni paio di giorni oppure ogni qualvolta si sporchi.

Di pari passo con l’umidità va la ventilazione: questa dovrà essere sempre presente per consentire un corretto ricambio d’aria, ma non eccessiva da causare eccessiva secchezza o raffreddamento dell’ambiente. Normalmente un buon terrario ha la caratteristica di avere le griglie di aerazione disposte sui lati opposti e ad altezze diverse.

Illuminazione: come ogni animale che non si sia evoluto per vivere in una grotta o nelle profondità oceaniche, anche il pitone reale ha bisogno di un fotoperiodo, ossia un’alternanza corretta di ore di luce e ombra. Se la stanza contenente il terrario è ben illuminata, è possibile utilizzare un fotoperiodo naturale senza dover ricorrere a lampade apposite. Normalmente si consigliano circa 14 ore di luce giornaliera in estate, 10 in inverno e 12 in primavera e autunno.

Una menzione speciale va fatta per quanto riguarda le lampade a raggi UVB: tradizionalmente si ritiene che i serpenti, a differenza di sauri e tartarughe, non abbiano bisogno di tali fonti luminose, che per gli altri sono imprescindibili per un corretto metabolismo del calcio (e quindi per evitare la famigerata malattia ossea metabolica). Questo è, a parere di molti, solo parzialmente vero: i serpenti, nutrendosi tutti di prede intere, sono effettivamente meno soggetti a carenze di calcio, in quanto consumano anche lo scheletro delle loro prede. E’ altresì vero però che molti roditori da pasto o pulcini sono consumati in età molto giovane, e quindi con ossa molto meno mineralizzate. Quello che può essere consigliabile è quindi di utilizzare, per lo men in animali giovani, una fonte UVB a bassa emissione e wattaggio da accendere almeno al mattino e alla sera appena prima del tramonto. Sicuramente non è dannosa

 

Alimentazione

In natura il pitone reale si nutre di roditori e altri piccoli mammiferi, che predano nelle ore notturne. In cattività, a seconda delle dimensioni del nostro rettile, offriremo prede che vanno dalle dimensioni di topini di primo pelo a giovani ratti. Regola diffusa è non somministrare prede la cui circonferenza superi quella del serpente. Anche la frequenza dei pasti varia in relazione all’età e alle dimensioni del pitone: i baby vanno alimentati ogni 4-5 giorni, per passare ad ogni 7 giorni man mano che il peso aumenta; i sub-adulti possono essere nutriti ogni 7-10 giorni, mentre agli adulti offriremo un pasto ogni 15 giorni circa. Il pasto offerto non dovrà mai essere vivo: oltre alle motivazioni etiche, ci sono poi implicazioni sanitarie, in quanto topi e ratti vivi possono infliggere morsi anche gravi che inevitabilmente andranno ad infettarsi e metteranno a serio rischio la vita del serpente. In commercio sono facilmente reperibili roditori da pasto congelati di buona qualità, che se consumati entro 6 mesi dal congelamento mantengono inalterate le loro proprietà nutritive. Il congelamento inoltre inattiva batteri e parassiti potenzialmente pericolosi per l’animale e, soprattutto, per il proprietario: patogeni adattati ad un ospite mammifero raramente possono causare danno ad un rettile, mentre passano inalterati il canale digerente del serpente e possono essere fonte di contagio per le persone attraverso le sue feci. Il topo o il ratto andranno scongelati in acqua calda e serviti a temperatura adeguata per invogliare il serpente: i pitoni reali infatti sono attratti dal calore delle prede, che percepiscono tramite delle fossette termosensibili sul labbro superiore. Sebbene anche i baby normalmente accettino di buon grado pasti decongelati, alcuni soggetti possono effettivamente rifiutarle. Con tali animali si possono utilizzare prede pre-killed, ossia uccise dal proprietario appena prima di proporle al serpente: in questo caso permane il potenziale zoonotico (ossia di passaggio di patogeni dal roditore all’uomo), ma viene eliminato il rischio per il pitone. Se anche in questo caso il serpente dovesse rifiutare il pasto offerto, si consiglia una visita veterinaria per impostare una strategia corretta ed efficace.

 

Principali patologie

La presente sezione non ha come obiettivo quello di fornire indicazioni terapeutiche, ma quello di indicare al proprietario le principali cause delle patologie più comuni e quello di fornire indicazioni su eventuali sintomi e segni clinici da riconoscere nel caso il proprio animale stesse male.

 

Anoressia

Non si tratta di una patologia a sé stante, ma di un sintomo molto frequente e comune a quasi tutte le malattie di questi animali. Come specie, il pitone reale in cattività è spesso incline a periodi di digiuno anche prolungati, tipicamente nei mesi invernali. Sebbene da molti sia considerato normale, è comunque un segno clinico da non sottovalutare. Le cause più frequenti sono rappresentate dallo stress e dal mancato rispetto dei parametri gestionali. Se la correzione dei parametri ambientali non dovesse far riprendere l’alimentazione, o se il serpente dovesse perdere più del 10% del peso corporeo (NB non vanno calcolati feci ed urati), l’idea migliore è quella di portarlo dal vostro veterinario.

Consigli pratici: pesate il vostro serpente almeno una volta a settimana se giovane, ogni 2-3 settimane se adulto; cercate di tenere un diario dell’animale in cui annotare la data dei pasti, delle defecazioni e delle mute, così come eventuali anomalie comportamentali.

 

Disecdisi

Questo termine indica una muta effettuata in maniera incorretta. I serpenti la effettuano in un unico movimento, in cui se la sfilano come un guanto a partire dalla testa, e la frequenza con cui questa dovrebbe avvenire è circa ogni 2-4 settimane nei giovani, ogni 5-6 settimane negli adulti. La presenza di muta “a chiazze” e la ritenzione di porzioni di pelle possono far sospettare parassiti cutanei, umidità ambientale troppo bassa, carenze vitaminiche o malattia sistemica. Un particolare tipo di disecdisi è la ritenzione dell’occhiale, ossia della squama trasparente che copre l’occhio: i serpenti infatti non hanno le palpebre, e l’occhiale è il loro strumento di protezione della cornea dai traumi e dall’essiccamento. Quando l’occhiale non viene perso con la muta, rimane adeso a quello nuovo che vi si è formato sotto, causando riduzione della vista e infiammazione oculare.

E’ molto importante non tentare di rimuovere da soli gli eventuali brandelli di vecchia pelle, in quanto esiste la possibilità di lesionare in maniera importante la cute sottostante.

Consigli pratici: un buon tentativo prima di portare il serpente dal veterinario è quello di fargli dei bagnetti in acqua tiepida, in modo da ammorbidire la vecchia pelle e facilitarne l’eliminazione da parte dell’animale. Come prevenzione della patologia, è consigliabile inserire nel terrario una pietra leggermente ruvida o un pezzo di legno non troppo levigato, così da offrire all’animale un punto in cui sfregarsi per dare inizio ad una muta corretta.

 

Ustioni

Purtroppo abbastanza frequenti in questa specie. Possono derivare da malfunzionamenti elettrici di tappetini, serpentine o rocce riscaldanti, da malfunzionamenti o malposizionamenti della sonda del termostato, ma anche da contatto prolungato con una superficie riscaldata a temperatura corretta. Qualora si sospetti un’ustione, il serpente va immediatamente allontanato dalla fonte di calore, mantenuto in un ambiente molto umidi e portato il prima possibile da un veterinario.

Consigli pratici: un corretto posizionamento delle fonti di calore e il giusto gradiente termico all’interno del terrario faranno sì che il serpente non trascorra troppo tempo a contatto diretto con la superficie riscaldante.

 

Ferite da morso di roditore

Anche in questo caso si tratta purtroppo di problematiche frequenti. Tanto sono difficili e frustranti da curare, tanto sono facili da prevenire: NON dare prede vive.

Consigli pratici: nei rari casi in cui anche il vostro veterinario curante convenga che l’unico modo per far sì che il vostro serpente si alimenti spontaneamente sia offrirgli una preda viva, questa non andrebbe mai lasciata senza supervisione e, se non consumata, mai lasciata nel terrario per più di 15 minuti.

 

Stomatiti e patologie respiratorie

Quasi sesclusivamente di natura gestionale e sostenute da patogeni opportunisti, raramente da agente infettivo primario. Molto spesso formano un unico complesso patologico, in cui un processo infiammatorio a carico del cavo orale si estende alle coane o viceversa. I sintomi principali sono anoressia, dimagramento, presenza di materiale mucoso o necrotico nel cavo orale, respirazione a bocca aperta. Sono frequenti in condizioni di scarsa igiene e ventilazione, temperature ambientali troppo basse e terrari troppo piccoli in cui l’animale non riesce a fare abbastanza movimento.

 

Parassitosi

Frequenti, tra i principali sintomi si annoverano anoressia, diarrea o costipazione, dimagramento cronico. In caso di parassiti cutanei (soprattutto acari), i sintomi principali sono disecdisi e prurito, che il serpente cerca di lenire stazionando il più possibile a mollo nella ciotola dell’acqua.

Consigli pratici: una igiene rigorosa è fondamentale per la gestione e la prevenzione delle malattie parassitarie. 

 

 

Dr. Edoardo Bardi DVM